Non so come sono stato presentato quindi 2 cose le voglio dire anch'io di me stesso, prima di dirvi quelle che mi passano per la testa, che vivo tutti i giorni; non mi riuscirebbe parlare delle cose che non vivo, anzi, penso che bisognerebbe smetterla di parlare delle cose che non si vivono, che rimangono soltanto sulla sfera delle intenzioni possibili.

Mi chiamo Alessandro, ho 37 anni e sono prete dall'ottobre del '90. Ho cominciato a diventare un po' uomo quando sono entrato dentro la realtà in una maniera diversa da come di solito lo fa un prete o un religioso e ne 
sono molto contento.
Ma non voglio parlare di me stesso; voglio, attraverso l'esperienza che vivo, riuscire a farvi comprendere che cosa si può incontrare e come si può incontrare il volto dell'altro in maniera veramente significativa.
Sono prete da 12 anni e più vado avanti, meno capisco e meno capisco, più sono contento; e più entro dentro situazioni, più aumentano le domande e sento di non bastare a me stesso. Di questo sono veramente contento, anche se ne corrisponde un grande mal di fegato, quando stai dentro le situazioni in un certo modo.
Detto questo, ciò che vi dirò nasce da quello che vivo e ogni volta che parlo con qualcuno nella mia testa, nel mio capo, la mia storia è abitata da uomini, volti, persone. Quando parlo a voi di quello che sono, porto con me i volti e le storie delle persone che con me hanno fatto un pezzo di strada.

Partiamo da questo: io non possiedo la verità e nessuno, neanche la chiesa, la possiede; e se esiste una chiesa, e purtroppo esiste, che pensa di avere la verità tra le mani, da questa chiesa bisogna essere in grado di 
distaccarsi, distanziarsi e dissentire. Io ho bisogno della verità degli altri: non può esistere chiesa nè relazione se non scopro il volto dell'altro che ha una verità da portare. Quindi ciò che vi dirò non prendetelo come assoluto ma come la mia verità, intesa come ciò che uno vive e che ha cercato di coniugare nella sua gioventù. Partirò da una cosa che mi è piaciuta moltissimo,e che vi leggerò, perchè nella comunità dove vivo l'abbiamo letta per chiederci chi eravamo e verso dove stavamo andando. E' un piccolo racconto che mi serve per farvi capire cosa vi voglio dire e per provocarvi con qualche domanda successiva. 

Il titolo è "Racconti di luna"
[legge]
Questo racconto tocca alcune cellule sensibili della nostra esistenza e interiorità, può essere interpretato in vari modi. Vorrei usare una delle frasi del testo: "quella chiesa era proprio come il professore: statica, senza sfumature, sicura di sè, fredda, grigia". La chiesa che vivo, quella a cui appartengo, è una chiesa che spesso si presenta senza sfumature, statica, grigia, senz'anima. Nei secoli scorsi, ma anche nell'ultimo, c'è sempre stata una separazione tra chiesa e mondo; poi, con il Concilio Vaticano II, nel documento "Gaudium et spes" si parla della chiesa nel mondo. Essa deve fare ciò che ha fatto Dio con l'incarnazione e ancora non ha il coraggio di farlo. Deve diventare da potente debole, da ricca povera, da piena di certezze a luogo di dubbi e domande; deve spostare il baricentro del suo pensiero: nella chiesa non si trova Dio, che sta in quel tempio sacro che è ogni essere umano. Questo deve dire la nostra chiesa con i suoi segni e simboli; invece, la nostra è una chiesa pesante, con un'identità forte, troppo forte.
Della missione si aveva un concetto e una logica detta "plantatio ecclesiae": si vive in un posto e si mette dentro ad esso una realtà svincolata dal contesto, dalla cultura, dalla storia, dai volti e si impone un messaggio; la chiesa ha una tracotante verità di cui si sente così sicura che si sente in diritto di imporla. Dobbiamo uscire da questa logica e cambiare questo meccanismo mentale che spesso avvolge anche quelli che si dicono più aperti e critici rispetto a chiesa e religioni. La chiesa dev'essere capace di vivere non separata dal mondo, ma dentro le situazioni; deve vivere portando un messaggio grandissimo, quello del Vangelo, senza la 
pretesa di portare l'altro a sè, ma nella speranza di poter diventare compagna di strada nella sua vita. Un grande filosofo, Camus, esistenzialista, dice:
"Non camminarmi davanti perchè potrei non saperti seguire; non camminarmi dietro, potrei non saperti guidare, ma camminami accanto e probabilmente diventeremo amici". La chiesa dovrebbe scoprire questa dimensione, quella della compagnia; quando si diventa prossimi alla vita dell'altro, quando si vive questa prossimità (che è profondamente reciprocità), quando si scopre l'altro come valore, al di là di tutto scatta la responsabilità. Quando inizi a indossare i panni degli altri, a entrare in una dimensione di incontro e relazione con l'altro a un certo livello, ti devi spogliare delle tue sicurezze, delle tue certezze; e questo a qualsiasi realtà istituzionale. Questo Dio si sta grattando il capo rispetto a quello che ha proposto come sogno per l'umanità.
Nella Bibbia c'è un episodio dell'Esodo; c'è una figura straordinaria, quella di Mosè, che rispolvera le sue origini e ritrova le sfumature della sua esistenza. Mosè era ebreo, cresce alla corte del faraone, sotto le ali 
della chioccia (che è la chiesa), cresce secondo certe logiche, si legge la storia degli uomini dalla parte di chi non varca mai la soglia, di chi sta dentro la reggia, dentro la fortezza, dalla parte del potere. Mosè diventa 
egiziano, ma ad un certo punto, nell'uscire fuori dalla sua fortezza, sente dentro di sè le sue origini; quando vede l'egiziano opprimere l'ebreo, reagisce e uccide l'egiziano.
E' buffo che in un contesto di pace io prenda un episodio di violenza, ma è per dire che in quella violenza ci sta l'inquietudine pura che comincia a nascere dentro a Mosè, la sete di futuro di quell'uomo. Egli scopre che c'è 
dell'altro oltre a quello che gli era stato insegnato e con cui era cresciuto. Così reagisce in quel modo; come tutti gli uomini puri, dopo avere vissuto quel gesto terribile scappa, ha paura come ognuno di noi 
quando mette un piede fuori dal suo recinto. A un certo punto, uno parte con entusiasmo, poi scappa, fugge e va a Madian, dove viene accolto; qui Mosè ridisegna la sua vita secondo lo standard, lo status quo del tempo. Diventa pastore, si sposa e organizza la sua esistenza.
In questa situazione, mentre Mosè pascola il gregge, succede qualcosa di particolare, cioè vede un roveto che brucia e non si consuma
[legge il passo biblico]
Tutte le più grandi azioni degli uomini, nella Bibbia, nascono da una domanda; Dio stesso legge la storia degli uomini attraverso due domande, due domande epocali su cui ognuno di noi dovrebbe basare la sua esistenza. Qui la domanda è:"perchè il roveto non brucia?"; è una domanda che ha il sapore 
della curiosità, non è ancora il sentimento profondo di uscire verso qualcosa. Dice la Bibbia:
"il Signore vide che s'era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò, dal roveto, e disse:
- Mosè, Mosè-;e lui rispose:-eccomi!-;e Dio:-Non avvicinarti, togliti i sandali dai piedi, perchè il luogo sul 
quale tu stai è una terra santa-"
Io credo che l'unica chiesa possibile sia una chiesa che sappia togliersi i sandali dai piedi e che sia capace di svuotare la sua storia da tutti i pregiudizi, positivi e negativi, che può avere su se stessa e sugli altri. 
Dobbiamo considerare che la chiesa non è quello a cui vogliamo arrivare ma il cammino che stiamo facendo. "Togliti i sandali dai piedi perchè il terreno che stai calpestando è terra santa": se tieni gli occhi puntati 
verso quel roveto che brucia e non si consuma, verso la cosa somma, esaltandola come punto cui vuoi arrivare, se è l'unica cosa cui tu vuoi arrivare, allora rischierai di fare poi a botte con gli altri per raggiungerla; sarai un caterpillar ma non sarai capace di considerare lo spazio che c'è tra te e quella cosa, quel caso come concretezza di vita e come luogo già santo e sacro. Questo è il cammino alla ricerca della verità 
e per farlo bisogna togliersi i sandali dai piedi (che tradotto significa che bisogna essere capaci di spogliarsi, mettersi a nudo). Questo è quello che fa Gesù Cristo. C'è una parola greca, intraducibile:"kenosi", cioè 
abbassamento, spogliazione di Gesù Cristo, questo cedere la sua onnipotenza e mettersi in gioco fino in fondo.
La chiesa dev'essere così, dobbiamo chiederlo profondamente; non dobbiamo permettere che essa diventi il luogo dove ci si arrocca in una verità che diventa senz'anima.
Quante soglie da varcare per entrare in chiesa; quante celebrazioni senza vita... Una volta vivevo in una parrocchia, all'inizio del mio esser prete, classica, in una zona buona e bella della città (vicino alla Certosa) e in 
un'omelia, diventata poi la causa del mio spostamento nel quartiere "le Piagge", dissi:"Noi saremo veramente comunità quando riusciremo a prendere un martello tra le mani e iniziare ad abbattere le mura di questo edificio e saremo capaci di celebrare questa vita dentro la storia umana". E' una provocazione, che serve a riflettere. Non ho la pretesa di avere tra le mani la verità ma domandiamoci:"accetto io questa domanda?", "Nel momento in cui mi verranno tolte le mie sicurezze, i miei spazi, i miei luoghi deputati alla sacralità, io mi sentirò più perso o più uomo?", quando qualche prete o qualche realtà o questa parola mi metterà l'amore per il dubbio, allora 
troverò la fede.
Non so se faccio bene ad andare in chiesa, ma non è questo importante; è importante coltivare il seme della spiritualità dentro di noi; se qualcuno di voi volterà le spalle alla chiesa, non si preoccupi, ma che questo voltar 
le spalle non sia rivolto a tutto quello che è il rapporto e la relazione con l'altro e con l'altra, col profondo e col mistero di ognuno di noi; quello è il sale della terra, il lievito, la luce! Abbandonate pure la chiesa.
La nostra è una comunità di base, non abbiamo chiesa: celebriamo all'aperto da 8 anni e in un prefabbricato che abbiamo chiamato "Centro Sociale", che è scuola la mattina, redazione del giornale il dopocena, luogo di incontro, sede dei gruppi di lavoro che fanno giardinaggio e riciclaggio, luogo di pianti, di bestemmie, di fatica e che alla domenica diventa luogo della celebrazione. Per essere chiesa davvero, la nostra comunità deve imparare a spogliarsi della propria religiosità e cominciare a cercare la fede. 
Spogliamoci di questo apparato religioso, di un qualcosa che ci viene buttato addosso e che non ci permette di danzare la vita. Gesù Cristo ci chiede questo nel Vangelo, è il suo sogno voler comunità liberate da questa religiosità senz'anima, fittizia, senza cuore, senza vita, superba, presuntuosa e che serve soltanto a benedire la situazione esistente, lo status quo. La nostra chiesa è funzionale a questo sistema di morti. In Brasile vi sono tantissime chiesupole di tutti i tipi, foraggiate e pagate dalle grandi multinazionali e da grandi centri di potere, anche politici, spesso statunitensi, perchè sanno che una chiesa che vive imbonendo le persone, che costruisce una serie di apparati e di codici di comportamento, che diventa un'agenzia di morale più che una spinta verso la vita, la fede e la ricerca di se stessi, è una chiesa che fa comodo.
Avete visto qualche povero nelle nostre chiese, se non per chiedere l'elemosina fuori?
Avete visto davvero persone che vivono impoverite di questa storia, di questa terra, che esistono nel nord del mondo, abitare le nostre chiese?
O considerate il Vangelo uno stimolo, spinta per cercare di costruire un percorso di liberazione per se stessi e per gli altri?
Noi dobbiamo essere capaci di stare dentro le situazioni, di abbattere tutti i muri che rischiano di separarci. Cosa succede quando Gesù Cristo muore in croce? Il Vangelo usa un'espressione straordinaria: "e il velo del tempio si squarciò nel mezzo". Il velo del tempio era il luogo dove poteva entrare solo il sacerdote, lo spazio sacro per eccellenza che ricordava la sacra tenda dell'Esodo. Con la morte di Gesù il velo del tempio si squarciò nel mezzo, non c'è più niente che separi Dio dall'uomo e non possono più esistere chiese che vivono questa separazione, che fanno di quel Dio un pretesto per separarsi e per acquisire potere. Credo che un modo per vivere la chiesa potrebbe essere rileggere Lazzaro (Vangelo di Giovanni); in questo episodio bellissimo, Gesù piange e fa la "figura del coglione" perchè quando le sorelle di Lazzaro gli corrono incontro lui dice: "Lazzaro non è morto, io sono la resurrezione e la vita". Chiede: "Credi tu questo?" e subito dopo, di fronte all'amico morto, Gesù piange. Ma mi vorrei soffermare sulla parte finale, quando Gesù usa 3 espressioni che io vorrei offrirvi come 3 modi per rileggere voi stessi rispetto alla chiesa, la chiesa rispetto a se stessa e rispetto all'uomo.
[lettura del Vangelo di Giovanni 11,38-44]
Le 3 espressioni sono:
"Togliete la pietra!",
"Lazzaro vieni fuori" e
"Scioglietelo e lasciatelo andare".
Se la chiesa è il sogno di Dio per la storia umana e se noi pensiamo a quel sogno di Dio che ognuno ha dentro di sè e a quel sogno umano che ha dentro di sè, queste sono 3 indicazioni fortissime, necessarie.
La prima è "Togliete la pietra!": i nostri, spesso, sono sogni sommersi, schiacciati, umiliati, incrostati, chiusi, affiorano ogni tanto con quella legge della compensazione (l'ultimo dell'anno, lo sballo) quasi come se 
ognuno di noi avesse bisogno di vivere in maniera irreale, illusoria quel sogno che rimane soffocato. Lì c'è una pietra pesante, dove bisogna chiedere a noi stessi e alle nostre chiese, alle nostre comunità di togliere la pietra. A volte la pietra la mettiamo noi, a volte la mette chi gestisce la nostra vita sopra ai nostri sogni. Bisogna togliere la pietra dei falsi moralismi, dei moralismi pesanti, dei sensi di colpa: cose che ci impediscono di leggere quel sogno e di svelare l'uomo inedito che c'è dentro ognuno di noi, l'uomo "absconditus", nascosto.
Ma togliere la pietra non basta, perchè uno potrebbe dire di aver tolto la pietra però poi se la vive da solo, nella sua comunità e fa il suo cenacolino. Tante parrocchie sono molto vive, molto belle, ma rimangono 
dentro se stesse e se fanno qualcosa lo fanno per gli altri, ed è troppo poco. Infatti, "per gli altri" è sempre una visione molto "maestrocentrica" della vita; non devo fare qualcosa per gli altri, ma "con gli altri". Non 
basta essere per i poveri; quante parole si sprecano per i poveri. Quante belle azioni ci fanno bene, solo a noi stessi!

 Non prendete ciò che dico come verità assoluta ma come sassolini che a cerchi concentrici cercano di 
smuovere un po' il mare dei vostri pensieri. Togliere la pietra ma poi c'è questo rischio di dire che ci consideriamo persone aperte, libere e ci crogioliamo in queste cose, ci mettiamo insieme e rischiamo di costruire dei cenacoli e di accontentarci di stare bene. Pensiamo così di aver raggiunto la verità, così può esserlo il GIM, la mia comunità e allora ecco l'invito a Lazzaro. Nel Vangelo, le persone che non hanno la capacità di dare delle risposte che abbiano un senso non hanno nome proprio. Qui invece Gesù chiama "Lazzaro!" e chiama ognuno di noi a una responsabilità che è soggettiva, cioè di ogni persona. E Gesù dice "Vieni fuori"; è ora che le nostre chiese tolgano la pietra, e possono togliere la pietra per venire fuori, per uscire allo scoperto, per mettersi in gioco. Soltanto così si potrà essere segno di contraddizione, pietre di scandalo, solo così si potrà incontrare l'altro e svelare la nostra verità. Se dovete fare delle cose, non fatele in parrocchia, in comunità, fatele fuori con chi magari non crede neanche all'acqua calda, mescolatevi; questo è il segreto più grande dell'esistenza.
Che cosa si parla a fare l'arcobaleno addosso e le bandiere della pace; i colori dell'arcobaleno sono la prima alleanza tra Dio e l'uomo, questo arco ripropone alleanze, la relazione tra Dio e l'uomo. L'arcobaleno è fatto di 
colori diversi, in questa mescolanza nella convivialità e rispetto delle differenze che dobbiamo regalare all'umanità. Che nessuno di voi abbia un senso d'identità e di appartenenza forte, se questo vuol dire impedire agli altri di entrare nella vostra storia o di contaminarsi con la vita o la storia degli altri.

 Uscire fuori vuol dire uscire fuori non a fare le crociate, non a indurre l'altro a fare qualcosa, ma entrare dentro la storia umana, a fare compagnia all'essre umano e imparare da questa storia.
Quindi c'è la terza espressione, che è "Scioglietelo e lasciatelo andare". S. Agostino ha detto "Ama e fa ciò che vuoi" oppure nell'annunciazione S. Gabriele disse "Nulla è impossibile a Dio "; la grandezza di Dio non sta nel 
fatto che nel momento in cui tu vieni fuori Lui ti trattiene, ma ti lascia andare. Lasciarci andare a quel senso di tenerezza, di libertà profonda, di considerazione dell'altro, di speranza; sciogliersi e lasciarsi andare. 
Succederà mai che nelle nostre liturgie ci lasceranno andare alla danza, alla tenerezza, alla vita? C'è un'espressione che Alex Zanotelli usa sempre; lui dice "c'è una cosa straordinaria dell'uomo africano che mi colpisce: la sua "vitalogia", cioè logos della vita, il verbo della vita, questa capacità di essere vivo fino in fondo, sciolto, libero". Dio propone un legame tra sè e l'umanità, e questo crea comunque dei problemi, ma questo non vuol dire che non vi possa essere libertà: la libertà di sentirsi sciolti, liberi. Pensate alle nostre chiese, se una lei dà la mano a un lui cosa si potrà pensare?
Noi siamo dei frustrati; già da appena si nasce vi è una libertà vincolata da certe norme morali, moralismi che ci impediscono di essere quello che siamo. In Italia 12 milioni di persone fanno uso di psicofarmaci e questo è 
un segnale; vuol dire che c'è una debolezza e una frustrazione che abita in ognuno di noi, che ci impedisce di scioglierci e di lasciarci andare.                                                                                                                         E questo spesso lo fanno la chiesa, i genitori, il mondo del lavoro, la famiglia, i legami che creiamo. Dio si gratta la testa di fronte a questo e le comunità dovrebbero essere il sapore più grande di questa capacità di 
togliere la pietra, andare fuori, perdersi, mettersi in gioco e sciogliersi, lasciarsi andare. Tutto questo diventa quindi capacità di amare, di creder oltre ciò che si può credere e di stare dalla parte di chi questa 
possibilità non ce l'ha.
Concludo con uno scritto di Martino Morganti, francescano morto due anni fa, sospeso "a divinis". Questo è un testo affrontato anche alle Piagge, e poi in 6 mesi di "scrittura collettiva" una comunità di perdenti, ma non perduti ha scritto una lettera, che è il racconto di quello che siamo come comunità. 
Abbiamo usato alcuni testi ed è stato molto difficile. Nella mia comunità 1 ragazzo su 10 finisce le superiori, 2 ragazzi su 10 non arrivano alla terza media, 10 ragazzi su 10 fanno uso di sostanze stupefacenti, 1 donna su 2 beve, ma in queste persone (tanto "negative") c'è il volto dell'altro che permette di riconoscermi e iniziare a capire chi sono. Vi voglio quindi leggere questo racconto, che è come una domanda che lui in silenzio si fa e che vi vorrei regalare. Lui, uomo che non viveva più in parrocchia, non faceva più la messa, ma un momento particolare di comunione; viene invitato in Puglia da una parrocchia a fare triduo pasquale, così si ritrova immerso di nuovo in una situazione parrocchiale e si meraviglia del fatto che questa parrocchia era bella e lui ci si trovava bene. Per questo si chiede se stesse cambiando lui, essendo diventato un prete o se stesse cambiando qualcosa all'interno della chiesa " in questa parrocchia ho vissuto prevalentemente momenti liturgici, quindi di parrocchia; eppure mi è sembrata prevalere la bellezza in parrocchia, su quella di parrocchia. Anche negli stessi riti di preghiera e docili a continuare a incrementare la tessitura di rapporti, relazione, incontro". Credo allunghi la fila dei preti che si collocano più sul versante della costruzione e ricostruzione della vita, che su quello della salvezza delle anime. Anche lui, o prima di tutto lui, più "in" che "di" parrocchia. Ma se è bellezza più "in" che "di" parrocchia, come si colloca rispetto alle altre parrocchie, e in definitiva nel contesto diocesano ed ecclesiale? Ho il sospetto che questa parrocchia non ecceda in allineamento e che dal centro si misuri la sua distanza e difformità dal modello voluto. E' troppo sensibile al locale e alle variabili umane per essere disponibile a pianificazioni esterne e predefinite; sarei tentato di dire che la sua obbedienza alla base attenua la sua obbedienza ai vertici! La bellezza in parrocchia arriva così a relativizzare il dentro e il fuori, non ovviamente il consulto dentro e fuori la chiesa, teologicamente improponibile, come è teologicamente improponibile qualcuno che abbia l'autorità di stabilire dove la chiesa finisca e dove inizi la non-chiesa ma semplicemente lo stare o non delle attuali strutture ecclesiastiche.


 
Caro Spirito Santo, mi rivolgo a te che sei datore di vita e soffio di speranza per l’umanità intera perché tu possa penetrare nelle stanze del potere ecclesiastico per restituire quell’”alito di vita” e di profonda compassione nel cuore di questo nuovo Papa e del suo entourage perché imparino ad ascoltare la tua voce e non continuino, una volta per tutte, a farsi trascinare nei tatticismi e negli intrighi di palazzo e di potere.

Fa che questo Papa sia a piedi scalzi, semplice e umile, che diventi compagno di strada e di vita di chi fa fatica e si sente escluso e oppresso, come del resto ha fatto Gesù che ha scelto la Galilea delle genti, luogo dell’esclusione e della emarginazione per ridare vita al mondo.

Fa che questo Papa abbia il coraggio di incarnarsi nella storia degli altri, che abdichi alla Verità assoluta che schiaccia e uccide e senta il bisogno di incontrare e nutrirsi delle Verità dell’altro. Dio non ha un nome, prende ed assume il nome dei volti e delle storie degli emarginati di questo mondo e nessuno detiene la verità di Dio e può pretendere di possederla.

Fa che questo Papa scenda nei bassifondi della storia, che abbandoni i palazzi del potere, che non viva più in Vaticano, luogo del potere curiale e torni ad essere il pastore di tutti, uomo tra gli uomini senza più nessuna enfasi trionfalistica. Non abbiamo bisogno di un Papa con strutture forti e apparati pesanti, proprie dei sovrani e dei potenti, ma di un Papa che si spogli di tutto quello che lo separa e lo divide dalle persone, che sappia lasciare tutto ciò che lo rende ricco e possa concedersi l’unica ricchezza possibile per chi si fa servo, quella in umanità.
Siamo stanchi dei troppi orpelli, troppi luccichii, troppi ori che appesantiscono la sua casa, ed è arrivata l’ora che il Papa possa prendere le distanze da questo sfarzo senza senso e che impari a vivere nella povertà senza ostentazioni.

Fa che questo Papa sia capace di Vangelo, testimone e profeta di un Vangelo possibile per tutti, che sappia piangere con chi piange, ridere con chi ride, soffrire con chi soffre. Fa che sia intransigente solo nell’amore e continui a gridare forte contro tutte le guerre del mondo e possa aiutarci, e aiutare i grandi della terra, a considerare la guerra, le guerre e la corsa agli armamenti una assurda follia.
Fa che possa far diventare la guerra un tabù inaccettabile e cancelli l’ipocrisia assurda di chi, anche nella nostra Chiesa ritiene ancora plausibile una guerra giusta.

Fa che questo Papa sia capace di perdono, che non abbia paura a riconoscere la violenza e le violenze della nostra religione, che sappia soffiare nella nostre vite e nelle nostre comunità umane uno spirito di tenerezza, perché per tutti, chiunque sia, ci possa essere un pezzo di pane, una carezza, un abbraccio e una vera liberazione.

Fa che questo Papa non ci riempia di encicliche e di documenti, troppe parole hanno inchiostrato la nostra fede, fa che cresca nell’ascolto di quella parola di Dio che è la vita degli uomini e delle donne. L’unica parola possibile da rendere viva e vera nella nostra storia è quella del Vangelo. Rendi questo Papa carico di utopia, capace di vedere oltre e di darci il coraggio di fare un passo più in là, un Papa meno maestro e più fratello, meno grande e più debole, meno forte e più dolce, meno sicuro e più compagno. Gesù sognava e praticava il sogno di Dio, fatto di una politica di giustizia, di una economia di uguaglianza e di un Dio pienamente libero; fà che negli occhi, nelle mani, nel cuore, nella pancia, nei piedi di questo Papa ci possa essere questo stesso sogno necessario perché questo nostro affaticato mondo riabbia la vita e “l’abbia in abbondanza”.

Fa che questo Papa abbia il coraggio di abbandonare i segni del potere e possa ritrovare e concedersi il potere dei segni, perché la nostra Chiesa possa spogliarsi della porpora e rivestirsi del grembiule, possa abbandonare i conservatorismi comodi al potere e recuperare la libertà piena e viva dei figli di Dio.

Fa che questo Papa ridia spazio e attualità alla rivoluzione del Concilio che voleva che le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e dei poveri diventassero pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del Vicario di Cristo e delle comunità cristiane. Le grandi aperture e novità del Concilio sono state tradite e burocratizzate, la tensione verso il nuovo si è persa nei meandri delle chiusure, delle prudenze e meschinità curiali.

Fa che questo Papa possa finalmente ridare spazio ad una collegialità vera, ad una chiesa Popolo di Dio, ad una comunione incarnata, ad una conversione senza mezze misure e compromessi. Dagli la forza ed il coraggio di proporre un nuovo concilio dove la Chiesa ripensi se stessa con il contributo vero e profondo di tutti, proprio di tutti.

Fa che questo Papa si apra all’idea di libertà e di responsabilità, che rinneghi una Chiesa moralista e sessuofoba, che possa dare spazio con pari dignità a tutte le relazioni affettive, a quell’amore plurale fatto anche di omossessuali, transessuali, divorziati, separati; è anche attraverso di loro che l’amore di Dio, così grande e universale ritroverà spazio nelle nostre comunità, troppo spesso abituate soltanto a giudicare e a condannare e non ad accogliere e a celebrare la vita.

Fa che questo Papa sappia riconoscere il valore imprescindibile delle donne, perché senza la loro sensibilità, la loro capacità di “precederci” e di amare con tenerezza, la Chiesa rimarrà sempre sterile ed incapace di futuro.

A Te Spirito Santo l’impegno di portare il respiro di tutti i piccoli e i poveri del mondo e soffiare questa brezza leggera dei perdenti e dei vinti nel cuore del Principe della Chiesa perché possa rinunciare ai titoli e alle lusinghe del Potere e possa farsi degno del Vangelo di libertà e di pace del nostro fratello Gesù di Nazaret. Così lo sentiremo compagno e amico in questa avventura che è la vita.

 

Alessandro Santoro


Povero Dio tirato in ballo dagli uomini, ma che religioni, sono questioni da economi, questi omini minimizzano rombi di bolidi, boom, fanno sempre i loro porci comodi, nel nome del Padre figli che si fanno invalidi, senti solo alibi squallidi, danno ragione solamente a visi pallidi, quelli diversi riversi ed esanimi. Partono plotoni di uomini di uomini, verso postazioni di uomini di uomini, aggressori con volti di uomini di uomini, aggrediscono figli di uomini di uomini, in un circo massimo di uomini di uomini, nell'Anno Domini di uomini di uomini, subiamo il fascino di uomini di uomini, come ninfomani di uomini di uomini. Non vengo con te nel deserto, scusami se diserto ma preferisco... Io preferisco ammazzare il tempo, preferisco sparare cazzate, preferisco fare esplodere una moda, preferisco morire d'amore, preferisco caricare la sveglia, preferisco puntare alla roulette, preferisco il fuoco di un obiettivo, preferisco che tu rimanga vivo. Gli uomini versano il tributo di nostalgie per epoche che mai hanno vissuto la bandiera e il saluto, o con noi o stai muto, questo è il terzo millennio, benvenuto! Chiedo aiuto a Newton, Isacco, come cacchio si fa a sopportare fatti di 'sta gravità? Anacronistica, la verità che viene a galla, esperto di balistica misurami 'sta balla e seguimi in questo viaggio tra santi e demoni, che invece sono solo uomini di uomini, tu che sei forte, alla morte sopravvivimi, io sono debole quindi l'anima minami, caro paese dalle belle pretese chiedimi se ti vedo come friend o come enemy, ti piace fare la pace ma allora spiegami 'sti missili che fischiano nell'aria come un theremin. Non vengo con te nel deserto, scusami se diserto ma preferisco... Io preferisco ammazzare il tempo, preferisco sparare cazzate, preferisco fare esplodere una moda, preferisco morire d'amore, preferisco caricare la sveglia, preferisco puntare alla roulette, preferisco il fuoco di un obiettivo, preferisco che tu rimanga vivo. Partono plotoni di uomini di uomini, verso postazioni di uomini di uomini, aggressori con volti di uomini di uomini, aggrediscono figli di uomini di uomini, in un circo massimo di uomini di uomini, nell'Anno Domini di uomini di uomini, subiamo il fascino di uomini di uomini, come ninfomani di uomini si ma... Io preferisco ammazzare il tempo, preferisco sparare cazzate, preferisco fare esplodere una moda, preferisco morire d'amore, preferisco caricare la sveglia, preferisco puntare alla roulette, preferisco il fuoco di un obiettivo, preferisco che tu rimanga vivo.

Follie preferenziali (Verità supposte - 2003) - Caparezza

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